La Sfida di Mandello: Moto Guzzi V65 TT, l’Enduro Bicilindrica che Voleva Farsi Strada
Era il 1984 e il segmento delle moto “trail” viveva un momento d’oro. I colossi giapponesi dominavano la scena con i loro agili monocilindrici, mentre la BMW R 80 GS iniziava a tracciare la strada delle maxi-enduro bicilindriche. In questo scenario, a Mandello del Lario, la Moto Guzzi decise di giocarsi le sue carte, lanciando una proposta che cercava di unire la semplicità delle concorrenti nipponiche al prestigio del bicilindrico italiano. Come riportato da Insella, la V65 TT (Tutto Terreno) si presentava come il “terzo incomodo”, un’alternativa dal fascino artigianale in un mercato sempre più industrializzato.
Un Motore con Due Anime
Il cuore pulsante della V65 TT era il classico bicilindrico a V di 90° da 643 cc con distribuzione a due valvole, ma con un carattere profondamente rivisto rispetto alla sorella stradale. Secondo le cronache dell’epoca, gli ingegneri di Mandello operarono una scelta coraggiosa: addolcirono l’erogazione. Se la V65 standard era nota per una spinta franca e decisa attorno ai 3.000 giri/min, la TT presentava una curva di coppia più “appiattita” e lineare.
Questa modifica non era casuale. Il comportamento dinamico della TT, come si evince dalla documentazione storica, ricordava più una V50 “muscolosa” che una vera V65. Aveva perso quella grinta tipica del 650 stradale per guadagnare in dolcezza e progressività, doti fondamentali per muoversi su terreni a scarsa aderenza. A livello tecnico, il motore beneficiò di aggiornamenti importanti: una pompa dell’olio potenziata e un circuito di lubrificazione corretto, che risolvevano i problemi di affidabilità che avevano afflitto le prime serie della V65 stradale. Un dettaglio non da poco per chi considerava la moto per un uso intensivo, magari nei lunghi trasferimenti sulle statali italiane.
Stabilità e Agilità: Il Lato Inaspettato
Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dalle recensioni dell’epoca riguarda il comportamento su asfalto. Se la V65 stradale era stata soprannominata (quasi ironicamente) un “serpente incomparabile” alle alte velocità, la TT si rivelava estremamente stabile. Anche al massimo, con una velocità reale stimata tra i 150 e i 160 km/h, la tenuta era impeccabile, indipendentemente dalla posizione di guida.
Il merito andava a un telaio ben progettato e a un baricentro sorprendentemente basso per una moto dall’aspetto da trail. Con un peso di 165 kg a secco e un interasse di 1.480 mm, la V65 TT vantava una manovrabilità superiore a quella delle concorrenti bicilindriche come la Honda XLV o la stessa BMW GS, avvicinandosi quasi ai riferimenti dei monocilindrici giapponesi da 600 cc. Un altro pregio, sottolineato dai tester, era il limitato affondamento in frenata, un difetto tipico delle enduro a lunga escursione come le XT o le KLR. Per il motociclista italiano, abituato a percorrere tornanti e strade secondarie, questa combinazione di stabilità e agilità rappresentava un valore aggiunto non indifferente.
Un Carattere da “Peschereccio” tra Pregi e Difetti
Il feeling di guida della V65 TT era un mix affascinante di pregi e qualche ruga tecnica. Il V-Twin, per chi non cercava prestazioni estreme, era descritto come un “motore-chalutier” (da peschereccio): onnipresente, mai invadente e capace di riprendere a qualsiasi regime senza vibrazioni eccessive. Un motore che accompagnava, più che spingere.
Di contro, la meccanica mostrava i segni degli anni nell’inerzia del motore, con salite e discese di giri piuttosto pigre. Il cambio, in particolare, richiedeva una selezione lenta e metodica. Ogni cambiata doveva essere “decomposta” con calma, una caratteristica che poteva risultare intollerabile per chi era abituato alla rapidità delle moto moderne o dei giapponesi dell’epoca. Dal punto di vista del comfort, la sella a 860 mm permetteva di toccare terra con facilità, un vantaggio rispetto a molti trail giapponesi. Dettagli come le pedane, ben posizionate, completavano un quadro pensato per il turismo fuoristrada leggero.
In definitiva, la Moto Guzzi V65 TT rimane un capitolo affascinante e controverso della storia motociclistica italiana. Un “brutto anatroccolo” che non divenne mai un cigno, ma che seppe ritagliarsi un seguito di appassionati fedeli, conquistati dal suo carattere unico e dalla sua anima autenticamente guzzista.
