A Gerno di Lesmo, cuore pulsante delle attività racing di Yamaha in Italia, l'aria che si respira non è solo quella della sfida tecnologica, ma anche quella dei valori umani che sorreggono un pilota professionista. Durante la presentazione della stagione agonistica della Casa di Iwata, Stefano Manzi si è concesso a una riflessione profonda, mettendo a nudo un lato del suo carattere che raramente emerge sotto il casco: l’incapacità cronica di dirsi "bravo" e la tendenza a vivere il successo più come un punto di passaggio che come un traguardo da celebrare.
La psicologia del campione: l'eterno lavoratore
Per Manzi, essere un campione del mondo (o lottare per il titolo) non sembra essere un motivo di vanto immediato. "Purtroppo no, non mi sono mai detto 'cazzo, sono stato bravo'", ammette con una sincerità disarmante. Il pilota romagnolo rivela come la consapevolezza dei risultati arrivi solo a distanza di anni, quando la pressione del momento si è ormai dissolta.
Mentre vinceva o testava la Superbike, il suo pensiero era già proiettato al "dopo", rendendo difficile godersi il presente. È l’approccio dell’eterno lavoratore, di chi sente di dover dimostrare tutto ogni volta che sale in sella. Un tratto psicologico comune ai grandi del motorsport, ma che in Manzi assume una sfumatura quasi malinconica: la fatica di assaporare la vittoria mentre la si sta vivendo.
Il salto in Superbike e la sfida fisica
Il percorso di Manzi ricalca per certi versi quello di un altro talento italiano, Nicolò Bulega: dal Motomondiale alla Supersport, fino all'approdo nella classe regina delle derivate di serie. Tuttavia, il contesto tecnico è differente e Manzi deve fare i conti con una variabile imprevista: un infortunio alla caviglia rimediato nei test in Australia che sta condizionando il suo avvio di stagione.
L’obiettivo dichiarato per il 2026 e per il futuro immediato è innanzitutto il recupero della piena forma fisica. "Faccio fatica a dirti dove posso arrivare", spiega, preferendo mantenere i piedi per terra e concentrarsi sulla crescita metodica piuttosto che su proclami altisonanti. Il confronto con la concorrenza, specialmente quella che dispone di pacchetti tecnici attualmente molto competitivi, impone realismo e dedizione totale.
Dalla R9 ai prototipi: il nodo delle gomme
Un punto centrale dell'intervista riguarda il debutto della nuova Yamaha R9 in Supersport. Per Manzi, la vittoria a Phillip Island lo scorso anno resta un momento iconico: una risposta netta a chi lo dava per spacciato dopo test invernali sottotono. Quel successo ha segnato l'inizio di una nuova era per le medie cilindrate di Iwata, un passaggio fondamentale anche per il mercato motociclistico italiano, dove la R9 è chiamata a raccogliere l'eredità della leggendaria R6.
Interpellato sul possibile salto di Toprak Razgatlıoğlu verso la MotoGP, Manzi offre una prospettiva tecnica interessante. Secondo il pilota italiano, lo scoglio principale non sarebbe tanto la rigidità dei telai prototipali, quanto il feeling con le gomme. Il passaggio dalle Pirelli (usate in SBK) alle coperture specifiche della classe regina rappresenta la variabile più critica, poiché le dinamiche di guida cambiano radicalmente, molto più di quanto non faccia la struttura della moto stessa.
L'impatto per l'appassionato
Per i motociclisti italiani che seguono le derivate di serie, le parole di Manzi ricordano che dietro ogni prestazione in pista c'è un lavoro umano e psicologico immenso. La sua testimonianza sottolinea quanto sia sottile il confine tra una "moto di serie" e una Superbike moderna: macchine che, pur mantenendo un legame estetico con quelle che acquistiamo in concessionaria, sono ormai dei prototipi a tutti gli effetti, con freni in acciaio che rappresentano una delle poche differenze tangibili rispetto ai dischi in carbonio della MotoGP.
Fonte: moto.it
