Ve lo ricordate? Biski, il folle scooter anfibio

Ve lo ricordate? Biski, il folle scooter anfibio

Era il 2018 quando sulle rive del Tamigi fece capolino il Biski, uno scooter anfibio capace di passare dall'asfalto all'acqua con un pulsante. Un'idea folle e geniale che però è rimasta un miraggio.

MPRedazione MotoPaddock
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Il Biski: quando lo scooter diventa barca. Storia di un sogno anfibio finito nel dimenticatoio

Era il 2018 quando, sulle rive del Tamigi, fece capolino una delle creature a due ruote più bizzarre e affascinanti del decennio scorso: il Biski. Per chi non lo ricordasse, stiamo parlando di uno scooter anfibio, capace di passare dall’asfalto all’acqua con la semplice pressione di un pulsante. Un’idea tanto folle quanto geniale, che prometteva di rivoluzionare la mobilità urbana per i pendolari londinesi più audaci. Ma come spesso accade ai sogni troppo ambiziosi, il Biski è rimasto un miraggio per la maggior parte di noi, un oggetto di culto più che un mezzo di serie. Ripercorriamo la sua storia, tra ingegneria spinta e realtà di mercato.

Un concept nato per sfuggire al traffico (e alla terraferma)

Secondo quanto diffuso da Insella, il progetto prese forma nel 2015, frutto di tre anni di studi e sviluppo da parte della Gibbs Amphibians, azienda inglese specializzata in veicoli anfibi. L’idea era semplice nella sua follia: offrire ai motociclisti londinesi, stremati dal traffico della City, la possibilità di “deviare” la propria tratta e raggiungere l’ufficio navigando direttamente sul fiume. Il Biski non era una semplice moto d’acqua con le ruote, ma un vero e proprio scooter ad alte prestazioni. Il suo cuore pulsante era un motore bicilindrico da 55 CV che, premendo un pulsante sul manubrio, smetteva di muovere la ruota posteriore per azionare un potente idrogetto. Il passaggio da veicolo stradale a imbarcazione avveniva in meno di cinque secondi, a patto di trovare una superficie d’acqua liscia e non troppo increspata.

Prestazioni da anfibio: tra asfalto e onde

Sulla terraferma, il Biski non era certo una sportiva. Le sue prestazioni su strada erano definite “non propriamente sportive”, ma il dato di punta parlava comunque di una velocità massima di 130 km/h. Il tallone d’Achille era il peso: ben 240 kg, circa 30 kg in più di un maxi scooter tradizionale, dovuti allo scafo largo necessario per garantire il galleggiamento da fermo. In città, le dimensioni generose penalizzavano l’agilità, ma il baricentro basso e il manubrio ampio promettevano una certa stabilità.

In acqua, invece, il Biski dava il meglio di sé. L’idrogetto spingeva il mezzo a una velocità di 37 nodi, circa 70 km/h, una planata entusiasmante per un veicolo nato per la strada. Il design, come spesso accade per i veicoli anfibi, era un compromesso: l’imponente scudo frontale ricordava più una moto d’acqua che uno scooter, mentre il codone posteriore appariva sorprendentemente snello.

Perché il sogno del Biski non ha mai solcato il Tamigi?

Il prezzo, innanzitutto. Per mettere le mani su questo gioiello tecnologico, nel 2018, servivano 45.000 sterline. Una cifra che lo collocava immediatamente nella cerchia dei gadget di lusso per collezionisti, più che in quella dei veicoli per pendolari. La produzione su larga scala, poi, si è scontrata con un muro burocratico quasi insormontabile: le complesse omologazioni necessarie per un veicolo ibrido terra-acqua in mercati come quello europeo e americano. In Italia, si era ipotizzata una possibile commercializzazione, ma è rimasta lettera morta. All’epoca, non mancarono le battute: per circolare con il Biski nel Bel Paese, insieme al casco sarebbe stato obbligatorio indossare anche un giubbotto di salvataggio.

Oggi, a distanza di anni, il sito ufficiale della Gibbs Amphibians presenta il Biski più come un concept tecnologico e un traguardo ingegneristico che come un prodotto di consumo corrente. L’azienda, che detiene ancora i brevetti, ha dirottato la sua attenzione verso veicoli anfibi per scopi governativi o di soccorso. Il sogno di vedere migliaia di scooteristi sfrecciare sul Tamigi è rimasto, in gran parte, nel cassetto dei progetti visionari del decennio scorso. Per i motociclisti italiani, resta il ricordo di una delle idee più folli e affascinanti mai viste su due ruote (e due scafi).

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